Fotografare la memoria documentando i vitigni recuperati è un atto di responsabilità e di valore. Quando un vignaiolo recupera un vitigno antico — una varietà abbandonata negli anni, sopravvissuta per caso in un filare dimenticato o salvata da un’estinzione quasi certa — il lavoro non finisce con il reimpianto. Comincia un’altra fase, quella della documentazione. In questo ambito la fotografia affianca al fattore estetico il compito della conoscenza.
Questo progetto seguito da Enrico Brunelli, fotografo per vino e cantine, ha interessato proprio antiche varietà salvate dall’estinzione.
L’ampelografia come ponte tra scienza e immagine
L’ampelografia è la disciplina che si occupa della descrizione e della classificazione dei vitigni attraverso l’osservazione sistematica delle loro caratteristiche morfologiche tra cui la forma della foglia, il colore e la compattezza del grappolo, la forma dell’acino, il colore della buccia, il comportamento vegetativo del tralcio. Nasce come scienza descrittiva nell’Ottocento, quando i primi ampelografi affidavano il proprio lavoro a tavole disegnate a mano — spesso di straordinaria precisione, ma inevitabilmente filtrate dall’interpretazione dell’illustratore.
Oggi l’ampelografia si affianca all’analisi del DNA per l’identificazione certa delle varietà, ma la componente visiva resta insostituibile per un motivo semplice: il genoma dice cosa è un vitigno, l’immagine mostra come si presenta. Per un vitigno reliquia, recuperato da un singolo filare o da poche piante superstiti, sapere come si presenta — oggi, in quel terreno, in quell’annata — è un’informazione preziosa.
Perché fotografare un vitigno recuperato è diverso da fotografare un vigneto qualunque
Un’azienda che coltiva Nebbiolo o Sangiovese può attingere a decenni di immagini, cataloghi, studi comparativi. Chi lavora sul recupero di una varietà come il Foja Tonda, il Pallagrello, la Tintilia o uno dei vitigni “reliquia” siciliani non ha questo bagaglio. Spesso la prima documentazione fotografica seria di un grappolo, di una foglia, di un tralcio in fase di germogliamento è quella realizzata dal fotografo che l’azienda ha chiamato per lo still-life delle bottiglie.
Questo cambia il valore del lavoro. Uno scatto ben fatto con luce corretta, colore fedele, inquadratura che restituisce la forma reale del grappolo senza distorsioni ottiche diventa un documento di riferimento. Può essere citato in una scheda ampelografica, usato da un consorzio di tutela, richiesto da un ricercatore, allegato a una domanda di iscrizione al Registro Nazionale delle Varietà di Vite. La differenza tra una foto “bella” e una foto “utile” sta proprio qui, nella capacità di essere accurata oltre che gradevole.

Cosa serve, in pratica, a chi fa questo lavoro
Documentare un vitigno recuperato richiede un approccio diverso da quello del semplice still-life commerciale:
Fedeltà cromatica. Il colore di un acino di Casetta o di un Pallagrello Nero non è un dettaglio estetico: è un carattere identificativo. Una foto con bilanciamento del bianco impreciso può far apparire una varietà più scura o più chiara di quanto sia realmente, con conseguenze anche sulla sua descrizione.
Scala e proporzione. Un grappolo va fotografato in modo che si possano apprezzare compattezza, forma (cilindrica, piramidale, alata) e dimensione degli acini — elementi che l’ampelografia classifica con precisione. Questo significa lavorare con ottiche, luce diffusa e sfondi neutri che non competano con il soggetto.
Continuità stagionale. Un vitigno si racconta per intero solo seguendolo nel tempo: il germoglio in primavera, la foglia adulta in estate, l’invaiatura, la maturazione, la vendemmia. Un archivio fotografico costruito su più stagioni ha un valore unico.
Contesto del terroir. Fotografare il tralcio insieme al terreno, alla pergola, al sistema di allevamento tradizionale — che sia un alberello etneo, una pergola valdostana o un guyot in Vallagarina — significa raccontare la pianta e la ragione stessa per cui quella varietà è sopravvissuta proprio lì.
Un valore che va oltre l’archivio
C’è poi una dimensione comunicativa, non meno importante di quella tecnica. Le cantine che investono nel recupero di un vitigno antico — penso a realtà come la Conservatoria di Dolcè di Albino Armani o a Terre del Principe in Campania — costruiscono attorno a quel lavoro una narrazione identitaria forte che considera territorio, memoria contadina, biodiversità salvata. Una fotografia rigorosa e curata di quel grappolo, di quella foglia, di quel tralcio diventa il primo strumento con cui questa storia arriva al pubblico, all’etichetta, al sito web, al materiale per la stampa specializzata.
In altre parole la stessa immagine che ha valore documentario per un ampelografo ha valore narrativo per chi deve raccontare la propria azienda. Sono due due facce dello stesso lavoro fatto a regola d’arte.
La storia di successo dietro allo scatto divenuto il grappolo ufficiale del Pinot Grigio – Case History
Se vuoi approfondire l’argomento puoi leggere anche questo articolo che racconta come uno scatto di Enrico Brunelli – Creative & Graphic Designer è diventato il simbolo del Pinot Grigio nel mondo:
I migliori progetti italiani per il recupero, salvaguardia e valorizzazione dei vitigni antichi e autoctoni
1. Conservatoria di Dolcè – Albino Armani (Veneto)
Inaugurata nel 2002 a Dolcè, in Valdadige, è un vigneto sperimentale nato dagli studi di Albino Armani con il supporto dei ricercatori dell’Istituto Agrario di San Michele all’Adige e del Centro Sperimentale in Viticoltura della Provincia di Verona. Nel vigneto sono state reimpiantate “reliquie” di viti abbandonate a rischio estinzione come Valderbara, Cordera, Negrara, Turca, Portoghese, Peverella, Vernazza, Vernazzola, Corbina e Corbinella. Il vitigno simbolo del progetto è la Casetta, detta “Foja Tonda”, uva autoctona della Valdadige abbandonata negli anni ’60 e oggi tornata in auge grazie al lavoro di recupero della Cantina Armani.
2. G.R.A.S.P.O. – Gruppo di Ricerca Ampelografica (Veneto/Italia)
Nato dall’idea che il recupero di antichi vitigni abbandonati e la biodiversità viticola siano risorse fondamentali per il futuro della viticoltura, coinvolge oggi numerosi professionisti e viticoltori di tutta Italia. Fondata da tre enologi, l’associazione microvinifica ogni anno oltre cento vitigni, ha condotto oltre 250 analisi del DNA e scoperto più di 20 varietà fino ad allora sconosciute. Tra i casi più noti, il recupero della Rossetta di Montagna in Alta Lessinia e la tutela dell’Ortrete, antica vite di Magrè (Alto Adige) datata 424 anni.
3. Timorasso “Derthona” – Walter Massa (Piemonte)
Vitigno autoctono a bacca bianca dell’Alessandrino, quasi scomparso, salvato dall’estinzione dal vignaiolo Walter Massa. Negli anni ’80 Massa ha iniziato il recupero tramite selezioni massali e reimpianti, e dal 1995 ha iniziato a commercializzare il vino dopo un affinamento più lungo, convincendo i detrattori della qualità del prodotto. Nel 2011 è stata introdotta la DOC Colli Tortonesi Timorasso e oggi circa trenta aziende coltivano il vitigno su 60 ettari, per circa 400mila bottiglie annue.
4. Terre del Principe – Pallagrello e Casavecchia (Campania)
Azienda fondata da Peppe Mancini e Manuela Piancastelli a Castel Campagnano (Caserta), nata dalla riscoperta di tre vitigni autoctoni: Pallagrello Bianco, Pallagrello Nero e Casavecchia. Il Pallagrello era stato messo da parte a inizio ‘900 a favore di varietà più produttive, fino alla riscoperta di Peppe Mancini negli anni ’90. Il “campo madre” da cui è partito il recupero è la Vigna di Zia Rosa, con viti di 150 anni, prefillosseriche e a piede franco.
5. Tintilia del Molise – Claudio Cipressi (Molise)
Vitigno autoctono relegato a ruolo marginale dopo l’avanzata di Sangiovese, Cabernet, Montepulciano e Aglianico, salvato dall’estinzione grazie a viticoltori lungimiranti guidati da Claudio Cipressi. Negli anni ’90 Cipressi ha condotto una ricerca sul patrimonio viticolo locale individuando piccoli vigneti coltivati ad alberello, isolandone i biotipi migliori, fino a mettere a dimora i primi nuovi vigneti nel 1996. Anche Di Majo Norante è stato tra i produttori più attivi nel recupero del vitigno.
6. Valorizzazione dei Vitigni Autoctoni Siciliani (Sicilia)
Progetto avviato nel 2003 dalla Regione Siciliana, volto al recupero, alla salvaguardia e alla valorizzazione del patrimonio ampelografico siciliano. Ha coinvolto le Università di Palermo e Milano e l’Istituto Sperimentale per la Patologia Vegetale di Roma nel coordinamento scientifico del recupero dei vitigni antichi dell’isola. Sei varietà “reliquia” sono state iscritte al Registro nazionale: Inzolia nera, Lucignola, Orisi, Usirioto, Vitrarolo e Recunu.
7. Recupero vitigni della Valle di Comino – Danilo Scenna (Lazio)
Viticoltore biodinamico di Pescosolido (Frosinone) che riporta in produzione vigneti abbandonati con viti franche di piede, scoprendo autoctoni come Maturano, Pampanaro, Lecinaro e uva Giulia. Nel 2012 ha fondato l’azienda agricola D.S. bio sul versante laziale del parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, a 630 metri di altitudine, in collaborazione con istituti di ricerca per il risanamento sanitario dei biotipi recuperati.
8. Viticoltura eroica delle Cinque Terre (Liguria)
Territorio storicamente associato alla viticoltura estrema, caratterizzato da terrazzamenti a secco a forte rischio di abbandono, come dimostra il recente recupero dei terrazzamenti di Monesteroli nel Parco Nazionale delle Cinque Terre. Le Cinque Terre, insieme a Costiera Amalfitana e Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene, hanno ricevuto il titolo di Patrimonio dell’Umanità UNESCO come Paesaggi Culturali, riconoscimento che sostiene gli sforzi di recupero dei vigneti.
9. Vigneti eroici della Costiera Amalfitana (Campania)
A Raito, presso Vietri sul Mare, Patrizia Malanga ha impiantato dal 2001 un vigneto biologico su un terreno semi-abbandonato di oltre due ettari, nell’area storica “San Vito ad Torcle”, dando vita all’azienda Le Vigne di Raito. L’area, insieme alla Penisola Sorrentina, è tra i territori più rappresentativi della viticoltura eroica costiera italiana, oggetto di interventi normativi di salvaguardia dei terrazzamenti.
10. Carema – vigneti terrazzati storici (Piemonte)
Custodisce una delle viticolture eroiche più autentiche d’Italia, con terrazzamenti in pietra e pilùn. Da oltre sessant’anni la collaborazione tra famiglie di viticoltori caremesi, organizzate in forma cooperativa, contribuisce alla salvaguardia di un vino e di un territorio terrazzato unico. Il vitigno recuperato e valorizzato è il Nebbiolo locale, denominato Picotendro o Picutener.
11. Blanc de Morgex et de La Salle – Prié Blanc a piede franco (Valle d’Aosta)
A Morgex e La Salle, ai piedi del Monte Bianco, si coltiva fino a oltre 1200 metri di quota il Prié Blanc, unico vitigno autoctono valdostano a bacca bianca. È ancora oggi franco di piede, non innestato su portinnesti, condizione ormai rara in Europa, grazie al fatto che la fillossera non ha attecchito in queste zone, permettendo la conservazione di un patrimonio viticolo pre-fillosserico.
12. Vigneti antichi ed eroici dell’Emilia-Romagna
Programma regionale che sostiene la conservazione di vigneti storici e a rischio idrogeologico, con aziende che scelgono di mantenere varietà come Albana e Croatina in aree collinari difficili. Le aziende partecipano a bandi regionali per la ristrutturazione dei vigneti colpiti da malattie come il mal dell’esca, sostituendoli con varietà tipicamente territoriali come la Malvasia di Candia aromatica, mantenendo una viticoltura manuale in aree a rischio idrogeologico.
13. Classificazione e recupero varietà locali – Basilicata (progetto ALSIA)
Progetto per la classificazione di nuove varietà autoctone lucane, tra cui Aglianico Bianco, Giosana, Jusana, Malvasia ad Acino Piccolo, Santa Sofia, Colatamurro e Plavina, con un vigneto pilota allestito nel 2017 presso l’A.S.D. “Bosco Galdo” dell’ALSIA, l’agenzia regionale per lo sviluppo agricolo, per la caratterizzazione e il rilancio produttivo di questi vitigni locali.
14. Isola di Sant’Antioco – vigneti a piede franco (Sardegna)
Situata a breve distanza dalla costa sudoccidentale della Sardegna, l’isola è riuscita a preservare vigneti a piede franco grazie a condizioni pedoclimatiche che hanno impedito l’attecchimento della fillossera, analogamente a Morgex in Valle d’Aosta. Rappresenta un patrimonio genetico raro per la viticoltura sarda, oggetto di crescente attenzione da parte di produttori e ricercatori.
15. Testo Unico del Vino e riconoscimento dei “vigneti eroici o storici” (quadro nazionale)
Legge 238/2016, che all’articolo 7 stabilisce che lo Stato promuove interventi di ripristino, recupero, manutenzione e salvaguardia dei vigneti delle aree a rischio di dissesto idrogeologico o di particolare pregio paesaggistico, storico e ambientale. Una parte dei fondi del Programma Nazionale di sostegno al settore vitivinicolo, circa 337 milioni di euro, è indirizzata al ripristino e alla salvaguardia di questi vigneti, coordinati anche dal CERVIM a livello tecnico.
16. Schioppettino di Prepotto – Famiglia Rapuzzi (Friuli Venezia Giulia)
Antico vitigno a bacca nera, noto anche come Ribolla Nera, con prime testimonianze scritte che risalgono al 1282 nella zona di Prepotto (Udine). Decimato dalla fillossera e poi dichiarato “fuorilegge” negli anni ’70 da un regolamento CEE che ne vietava l’impianto perché non riconosciuto nei disciplinari DOC, fu salvato dalla famiglia Rapuzzi di Ronchi di Cialla, che nel 1972, con l’aiuto dell’allora sindaco di Prepotto Bernardo Bruno, mise a dimora un primo impianto di due ettari individuando le viti superstiti sul territorio. Dopo tredici anni di battaglie normative, il vitigno fu riammesso e nel 2008 ha ottenuto una propria sottozona nella DOC Friuli Colli Orientali. Oggi i produttori sono riuniti nell’associazione “Produttori Schioppettino di Prepotto”.
17. Susumaniello – recupero nel Brindisino (Puglia)
Vitigno autoctono a bacca nera del Salento, un tempo diffuso quanto il Negroamaro nei vigneti misti ad alberello del brindisino, poi progressivamente abbandonato nel Novecento a causa della bassa produttività in età matura e del passaggio a sistemi di allevamento a spalliera. Il recupero, avviato da viticoltori come Pietro Giorgiani dell’azienda Santa Barbara di San Pietro Vernotico, ha riportato alla ribalta questa varietà, oggi vinificata in purezza da numerose cantine salentine e considerata tra le uve simbolo della nuova enologia pugliese orientata alla qualità.
18. I Vigneri – Salvo Foti, recupero delle vecchie vigne ad alberello (Sicilia)
Consorzio fondato da Salvo Foti che riunisce aziende impegnate nella cura di vecchie vigne sparse tra l’Etna, le Isole Eolie, Pantelleria, Pachino e Caltagirone, coltivate secondo il metodo tradizionale ad alberello che il consorzio fa risalire al 1435. Il lavoro dei “Vigneri” è interamente manuale, dalla potatura agli innesti fino al ripristino dei muretti a secco dei terrazzamenti lavici, ed è dedicato alla salvaguardia di vigneti centenari e pre-fillosserici a piede franco, un patrimonio genetico raro sopravvissuto grazie alle particolari condizioni pedologiche dei suoli vulcanici.